Il Primo Ministro greco Lucas Papademos riceve l'approvazione del governo su tagli al bilancio che corrispondono al 7% del Pil nei prossimi tre anni e su una ristrutturazione finalizzata a ridurre di €100 mld gli oltre €200 mld di debito detenuto dai creditori privati, atteso il voto del parlamento • Standard & Poor's declassa il merito creditizio di 34 banche italiane tra cui UniCredit a BBB+ da A, Intesa Sanpaolo a BBB+ da A e Banca Monte dei Paschi di Siena a BBB da BBB+, S&P anticipa "una redditività decisamente debole per le banche italiane nei prossimi anni" • La produzione industriale italiana aumenta a dicembre +1,4% da novembre +0,3%, oltre le stime degli economisti +0,5%, anche se i dati del quarto trimestre -2,1% suggeriscono che la terza economia della zona euro è entrata nella seconda recessione dal 2009 • I Btp decennali salgono per la quinta settimana consecutiva, il periodo di recupero più lungo in oltre cinque anni, la prossima settimana il Tesoro vende €4 mld di buoni al 6% con scadenza 2014 • L'euro cala dal massimo di due mesi contro il dollaro, il mercato azionario europeo cala dal massimo di sei settimane e l'azionario Usa registra la prima settimana di perdite del 2012 dopo che i ministri delle finanze europee non hanno concesso il pacchetto di aiuto necessario a prevenire il collasso economico della Grecia

sabato 10 settembre 2011

La grande guerra delle valute

(Saverio Berlinzani) Dai mutui subprime alla crisi dei mercati. E adesso? Ecco cosa accadrà negli ultimi mesi del 2011.


Sono passati quasi 3 anni dall’inizio della crisi dei mutui subprime con il fallimento prima di Bear Sterns e poi Lehman Brothers , e chi pensava che in questo periodo i mercati valutari potessero aver trovato, dopo il terremoto del 2008, una stabilizzazione e un aggiustamento, si sbaglia di grosso.

Da allora sul mercato delle valute, così come su quello delle commodities, si è assistito a dei movimenti strutturali che hanno lasciato il segno. L’oro si è avvicinato ai 1900 dollari l’oncia, il franco svizzero e lo yen hanno raggiunto contro dollaro ed euro dei massimi storici o relativi che sarebbero stati inimmaginabili solo un paio di anni orsono. Il dollaro dal canto suo è ormai arrivato ad essere, per chi opera sul mercato da anni come il sottoscritto, carta straccia, nonostante le dichiarazioni di facciata dell’amministrazione Obama sulla volontà di mantenere il dollaro ”forte”.

Da più parti si levano voci per una sostituzione del biglietto verde come valuta di riferimento internazionale, sostenendo che possa essere sostituito con i DSP (diritti speciali di prelievo, ovvero l’unità di conto del Fondo Monetario che contiene all’interno di se una percentuale di Euro, Yen e Sterline) oppure con un basket di valute in cui inserire anche le valute dei cosiddetti Brics (Brasile , Russia, India e Cina).

Tanto si parla ma poco o nulla si è fatto in tal senso. A ciò si è aggiunta, come se non bastasse, la crisi dei debiti sovrani che ha colpito oltre agli States (che sono stati declassati per la prima volta nella storia dall’agenzia di rating $&P) il Vecchio Continente, con la Grecia ormai virtualmente fallita, Portogallo e Irlanda sull’orlo del collasso, e paesi come Italia e Spagna che subiscono il contagio della crisi del debito. Ora al di là delle ragioni più o meno valide che hanno portato a questa situazione, ciò che è veramente messo in discussione è tutto il sistema economico occidentale, quello per così dire del “primo mondo”, ormai non più in grado di reggere la concorrenza dei mercati emergenti in un mondo apparentemente libero in cui i commerci la fanno da padrone.

E anche il sistema valutario è per così dire messo in discussione, vista l’incapacità strutturale delle Banche Centrali di impedire che il mercato abbia la meglio. Il caso più eclatante è quello della Banca Nazionale svizzera che nel 2010 ha acquistato la bellezza di 250 miliardi di Euro per sostenere la Moneta Unica in caduta libera contro il Franco svizzero, passato nel giro di un anno da 1.50 franchi per 1 euro a 1.0065, minimo storico visto questa estate. Da allora la Snb, vista l’impossibilità di rendere efficaci interventi per indebolire il franco hanno deciso di immettere liquidità a getto continuo sul mercato monetario per indebolire la valuta locale, cosicchè oggi detenere titoli di Stato Svizzeri non solo non da rendimento sul capitale, ma tale rendimento è addirittura negativo, ovvero è diventato un costo e chi investe in franchi riceve a scadenza meno di quanto investito.

Anche i Giapponesi sembra che vogliano, dopo ripetuti interventi per indebolire lo Yen, altra valuta rifugio per eccellenza, per seguire la stessa strada iniziata dalla Snb, e solo allora vedremo se l’indebolimento delle ultime settimane del franco possa avere un seguito anche sulla divisa giapponese.

Fatte tali premesse, ciò che è opportuno cercare di capire è la strada che a livello di G20 si vorrà e si dovrà perseguire per evitare che la guerra dei cambi possa diventare, nel prossimo futuro, terreno per una guerra dei dazi che potrebbe diventare attuale se i movimenti e gli eccessi del 2011 dovessero proseguire.

E’ un fatto che lo Yuan dovrebbe apprezzarsi ad un ritmo molto più rapido di quello a cui si è assistito fino ad ora (circa il 3% di apprezzamento anno), ed è un ulteriore fatto che gli investitori in questo periodo di grandi incertezze e paure abbiano comprato franchi svizzeri facendo diventare il franco una materia prima come l’oro, ma è altrettanto vero che siamo arrivati su livelli insostenibili sia per la Svizzera sia per il Giappone.

Mentre per la Svizzera, paese senza debito e con dati macro comunque positivi, la ragione è più che plausibile, per il Giappone, paese ad altissimo debito, falcidiato dal terremoto e in crisi per il rallentamento delle esportazioni, il movimento dello Yen appare abbastanza incomprensibile e non è sufficiente affermare che al Giappone serve acquistare materie prima pagandole poco in questa fase tanto delicata.

Ebbene, quel che è certo ormai a tutti quindi è che gli Stati Uniti, non essendo riusciti a costringere la Cina a rivalutare lo Yuan, stanno giocando la partita della svalutazione competitiva per mettere all’angolo i concorrenti e i partner commerciali, ma se questo può portare a benefici sulla ripresa, dall’altro è un rischio enorme.

I partner infatti si stanno stancando e oltre a poter eventualmente dismettere dai loro portafogli i treasuries, potrebbero insistere nel volere una valuta di riserva internazionale diversa dal dollaro. Se ciò accadesse, gli americani vedrebbero l’inflazione schizzare alle stelle in quanto comincerebbero a pagare le materie prime non nella propria valuta nazionale ma in altre valute, cosicché gli effetti inflattivi dovuti alla debolezza del dollaro si farebbero sentire sulle importazioni. Le conseguenze sarebbero drammatiche.

Gli americani quindi stanno scherzando col fuoco, consci del fatto che gli investitori internazionali non hanno tanta scelta e i treasuries rimarranno il loro principale asset mobiliare. D’Altronde l’Europa e soprattutto l’Euro, che poteva essere il sostituto principale del dollaro, vivono il momento peggiore da quando sono nati e anzi molti credono che il Vecchio Continente si sfalderà dietro le enormi divisioni che comunque restano da questa parte dell’Atlantico.

Questa guerra valutaria quindi è ben lungi dalla sua conclusione, e probabilmente l’autunno ci riserverà ancora enormi sorprese. La volatilità sarà il tema dominante da qui alla fine del 2011.


(Saverio Berlinzani é Presidente di Saveforex.it. Le opinioni espresse gli appartengono)

2 commenti:

  1. Detta così farebbe pensare che dietro gli attacchi "distruttivi" sull'Euro, ci siano le grandi banche americane, teleguidate dal Governo americano medesimo.
    Obbiettivo: distruggere l'Euro.

    Non voglio fare fantapolitica, ma........

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  2. La crisi iniziata nel 2008 aveva tra gli obiettivi la ristrutturazione del mondo del lavoro in tutto l'occidente.

    Questo obiettivo è stato quasi interamente raggiunto, riducendo il costo del lavoro (soprattutto negli Usa), riducendo i diritti dei lavoratori e sganciando i salari dall'inflazione, eliminandone gli aumenti automatici.

    Gli imprenditori occidentali, ognuno nel suo paese, hanno iniziato a dichiarare che produrre in Cina non è più conveniente.

    Insomma sono pronti a riportare indietro la produzione. Riportare in casa la produzione produrrà vantaggi importanti, in primis la ripresa occupazionale e quindi la ripresa dei consumi, ma a costi molto più vantaggiosi per le imprese.

    In America ne usufruirà gran parte della popolazione, in Europa i paesi dell'est in particolare, più qualcun altro che ha investito nelle infrastrutture (Germania e Francia) e qualcun altro che ha subito una "cinesizzazione" (Grecia, Irlanda e in misura minore la Spagna).

    Altri paesi come l'Italia non godranno in pieno di questo evento, che vedrà una ripresa economica dei paesi occidentali grazie alle sinergie di produzione e consumi.

    La crisi colpirà quindi proprio la Cina, che vedrà il proprio tessuto industriale ridursi drasticamente all'improvviso, unitamente ad un calo altrettanto netto e improvviso delle esportazioni.

    Quello che ne seguirà lo lascio alle valutazioni personali. ma di certo un paese che ha assaggiato i "piaceri" del consumismo difficilmente accetterà di tornare indietro...

    Andrea G.

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