Il Primo Ministro greco Lucas Papademos riceve l'approvazione del governo su tagli al bilancio che corrispondono al 7% del Pil nei prossimi tre anni e su una ristrutturazione finalizzata a ridurre di €100 mld gli oltre €200 mld di debito detenuto dai creditori privati, atteso il voto del parlamento • Standard & Poor's declassa il merito creditizio di 34 banche italiane tra cui UniCredit a BBB+ da A, Intesa Sanpaolo a BBB+ da A e Banca Monte dei Paschi di Siena a BBB da BBB+, S&P anticipa "una redditività decisamente debole per le banche italiane nei prossimi anni" • La produzione industriale italiana aumenta a dicembre +1,4% da novembre +0,3%, oltre le stime degli economisti +0,5%, anche se i dati del quarto trimestre -2,1% suggeriscono che la terza economia della zona euro è entrata nella seconda recessione dal 2009 • I Btp decennali salgono per la quinta settimana consecutiva, il periodo di recupero più lungo in oltre cinque anni, la prossima settimana il Tesoro vende €4 mld di buoni al 6% con scadenza 2014 • L'euro cala dal massimo di due mesi contro il dollaro, il mercato azionario europeo cala dal massimo di sei settimane e l'azionario Usa registra la prima settimana di perdite del 2012 dopo che i ministri delle finanze europee non hanno concesso il pacchetto di aiuto necessario a prevenire il collasso economico della Grecia

lunedì 2 settembre 2013

Il conflitto siriano e l'inizio della fine del mondo unipolare

(Gianluca Frattini) È probabile che, dopo il voto negativo del parlamento inglese, le voci contrarie nel Congresso degli Stati Uniti, e i sondaggi d’opinione tra la popolazione americana che rilevano un'ampissima maggioranza contraria, l’attacco alla Siria non avrà luogo. Festeggiata come una vittoria dal fronte “pacifista internazionale”, questo passo indietro è forse più che altro il frutto di considerazioni di natura prettamente razionale e utilitarista.

Gli argomenti portati avanti dai pacifisti per opporsi all’intervento militare in territorio siriano, se osservati con un minimo di buon senso, paiono in ultima analisi privi di fondamento.

Innanzitutto l’idea che non intervenendo si garantisca in qualche modo una soluzione pacifica del conflitto. La guerra in Siria, una guerra civile per chiamarla col suo nome, è scoppiata nel 2011, come reazione a quel fenomeno internazionale che è stata la “Primavera araba”. Certo, l’intervento in Libia ha rinfrancato e incoraggiato le forze ribelli, che si sono sentite in qualche modo protette e sotto l’indiretta tutela dei governi occidentali, ma non si può dimenticare che a influenzare ed alimentare le varie forze che si confrontano nel paese non è solo l’occidente: vi sono l’Iraq di Al Maliki, l’Israele di Netanyahu, l’Iran, gli Hezbollah dal Libano, senza scordarci della Russia e della Cina. Il conflitto poi, intervento USA o meno, non si arresterà, ma continuerà a lungo per la sua strada e terminerà solo il giorno in cui una delle due forze avrà avuto la meglio sull’altra, dando luogo ad un nuovo e (presumibilmente) non migliore equilibrio. Se l’occidente girerà gli occhi dall’altra parte, questo certo non impedirà una nuova escalation di violenze e sanguinosi regolamenti dei conti al termine della tragica guerra civile.
Il secondo argomento vorrebbe che la legittima sovranità nazionale non possa essere violata da forze straniere (un ragionamento che io conosco bene, essendo per metà serbo). Anche qui, se la cosa può essere considerata corretta sul piano formale, non ha un gran valore su quello della realtà dei fatti. Quando parliamo della Siria di oggi, un paese che dopo decenni di colonizzazione, e altri decenni di dittatura da parte della famiglia al-Assad, e oggi destabilizzato da una guerra civile che ha completamente distrutto i vecchi rapporti di forza, a quale reale “sovranità nazionale” facciamo riferimento?
L’ultimo argomento, almeno qui in Italia, è quello solito dell’Articolo 11 della Costituzione, che a detta di chi lo cita, impedirebbe al nostro paese qualsiasi ricorso alle armi per dirimere questioni internazionali. Credo che mezzo secolo di attività della Corte Costituzionale dovrebbe averci fatto finalmente intendere la vaghezza e ” l’ampia” interpretabilità del dettato costituzionale.

Come detto in principio, a condurre a questo dietro-front sono state più che altro considerazioni di opportunità, fattibilità e convenienza: più che la morale è stata la ragione, insomma.
Infatti la domanda che ci si deve porre rispetto ad una possibile azione armata in questo contesto è: a che pro?
Sappiamo che l’intervento, per come preannunciato, dovrebbe consistere in un attacco missilistico portato dal mare. Ma è difficile pensare che in questo modo si possa raggiungere l’obiettivo sperato, ossia la resa incondizionata di al-Assad. Più che altro la copertura missilistica potrebbe permettere ai rivoltosi di guadagnare forze e tempo, con la possibilità che il conflitto in questo modo raggiunga un equilibrio duraturo, tramutando una crisi in una sanguinosa situazione di stallo.
L’unica soluzione sarebbe un intervento delle truppe di terra, cosa che però è totalmente fuori discussione. Troppo cocenti e recenti sono state le ultime esperienze a riguardo. Conflitti che apparivano terminati gloriosamente si sono trascinati tra atti di guerriglia e di terrorismo sino ai nostri giorni, con il ritiro delle truppe dal campo prima del raggiungimento di una qualsiasi stabilità. Ricordiamoci che in Afghanistan e in Iraq ma anche in Libia e Kosovo, non siamo riusciti a “importare” non solo la democrazia ma neanche la stabilità politica, né un accenno di crescita economica né la sicurezza.
Inutile, poi, continuare a dipingere il conflitto siriano come uno scontro tra le forze governative e la popolazione civile inerme. I ribelli sono un’eterogenea compagine costituita da ex membri del partito baathista ora dissidenti, mercenari provenienti da tutto il mondo arabo e, soprattutto, fondamentalisti islamici. E’ facile immaginare che le opinioni pubbliche occidentali, e anche diversi politici e membri delle forze armate, si siano stancati di armare, finanziare ed anche pagare in termini di vite umane, soggetti che formalmente sosteniamo di voler combattere ma che spesso aiutiamo ad arrivare al potere e che una volta saliti alla guida dei propri paesi si rivoltano contro la mano che gli ha in qualche modo sostenuti.
Vi è poi la questione delle armi chimiche, ossia la ragione ufficiale che dovrebbe giustificare l’intervento e unire la comunità internazionale attorno agli USA per sostenere lo sforzo. Una ragione certamente pretestuosa, tardiva e sproporzionata, se si tiene conto del numero di vittime causate in questi due anni dalle armi convenzionali. Poi, che sia vero o meno il ricorso alle armi chimiche da parte del regime siriano, agli occhi di chi dovrebbe essere convinto da tale argomento la giustificazione risulta irrimediabilmente poco credibile: troppo poco tempo è passato da quella vergognosa messa in scena da parte di Colin Powell che, armato di una provetta contenente nulla, cercava di convincere l’assemblea delle Nazioni Unite della necessità di venire in possesso del “pericoloso arsenale chimico-batteriologico” posseduto da Saddam.
Infine c’è il mancato consenso da parte degli ex alleati – persino la Gran Bretagna - e delle istituzioni sovranazionali. Troppo scottate dai passati fallimenti, ancora in alcuni casi impantanati in conflitti non ancora terminati e attanagliati da una crisi economica senza fine, con in testa l’Europa della spirale deflazione-recessione-debito, non sembrano voler intraprendere una nuova e pericolosa dimostrazione muscolare.

Ecco, è su quest’ultimo punto che vorrei concentrare l’attenzione, perché mi pare che sia forse l’aspetto più “rivoluzionario” di questa situazione.
In primo luogo l’aspetto economico. La guerra, sia per chi la proponeva come regolare strumento di soluzione di ogni conflitto, sia da chi vi si opponeva in ogni circostanza, veniva rappresentata come un’opportunità economica, spesso sfruttata per uscire da periodi di stagnazione e recessione, il più delle volte per dare uno stimolo all'industria bellica, immobiliare, estrattiva e i loro indotti. Oggi non appare più così. Il pianeta vive un generale rallentamento della crescita contemporaneo ad un’esplosione dei debiti pubblici e privati, ed ogni nazione (o unione di esse) si trova impegnata in una lotta senza sosta nel tentativo di rilanciare la prima e ridurre i secondi. I conflitti hanno costi enormi, immediati e nel lungo periodo, come ha dimostrato anche la guerra in Iraq, mentre i guadagni, se ci sono (con la Siria la questione è controversa), sono posticipati nel tempo, concentrati nella distribuzione e molto incerti. Non possiamo permetterci, poi, da entrambe le sponde dell’Atlantico, i deficit e il debito necessari a un ulteriore impegno di tale portata, soprattutto se poi i parlamenti nazionali sono impegnati quotidianamente nell’approvare misure draconiane miranti a ridurre entrambi.

In secondo luogo vi è l’aspetto geopolitico. Forse, la vicenda siriana segna la fine del mondo unipolare che, dopo il crollo del muro di Berlino, ha caratterizzato la storia per più di due decenni. Washington non è più il centro indiscusso del pianeta, e le sue note non dettano più il ritmo della politica internazionale nello stesso modo in cui facevano fino a poco tempo fa. Gioca un ruolo determinate la crescita economica fenomenale degli ormai ex paesi emergenti con in testa Cina, Russia e Brasile ma anche la politica USA ha le sue responsabilità. Obama, del quale certo non possiamo negare le personali responsabilità in una gestione non perfetta delle crisi internazionali, ha però ereditato un’America economicamente in ginocchio, con un modello di sviluppo troppo basato sull’accumulo di debiti privati e troppo diseguale e politicamente screditato dalle sconsiderate scelte militari della passata amministrazione. In più, gli alleati storici europei, inizialmente vittime della stessa crisi del 2008, hanno intrapreso un percorso di uscita che ha aggravato la situazione, accelerando forse il lento declino del ruolo che avevano sullo scacchiere geopolitico, e si sono dimostrati inadeguati nel gestire la “Primavera araba” che, inaspettatamente, esplodeva sotto ai loro piedi.
Così, per gran parte del mondo ancora in sviluppo, gli USA, almeno sul piano economico e militare, hanno incominciato a perdere il proprio appeal a favore della costruzione di nuove relazioni bilaterali con i nuovi giganti del pianeta, i BRICS, con rapporti meno basati sull’ingerenza politica controbilanciata da aiuti umanitari e prestiti, e più sugli scambi commerciali e gli investimenti.

Insomma, come sempre nella storia gli imperi tramontano e i centri del potere mondiale si spostano sul globo. Forse questa è la volta dell’asse atlantica di perdere la propria influenza, anche se è troppo presto per affermarlo e non è detta l’ultima parola. Quello che conta, per noi osservatori delle cose di questo mondo, è affrancarci dai vecchi schemi interpretativi del passato, ormai non più utili per capire i meccanismi economici e politici odierni.


(Gianluca Frattini è laureato in Scienze economiche della cooperazione, attualmente disoccupato, naviga nella crisi come osservatore. Le opinioni espresse gli appartengono).

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